Di seguito un breve estratto dalla storia di una donna che attraverso la sua vita e la sua riflessione, ha poco a poco riaperto il proprio cuore a Dio, scoprendone la grandezza e la bellezza profonda… Un testo che ci può accompagnare nella preghiera e ci parla direttamente…
“Ma io come potevo arrivare a tanto? Proprio io che pensavo di non avere bisogno dell’Eucarestia, o di Confessarmi, perché avevo poco da dire. Io, così autosufficiente da non avere quasi bisogno di Dio. Invocavo la Sua presenza solo quando avevo voglia di sbattere la testa contro un muro, cosa che capitava tutte le volte che a furia di inseguire i miei desideri e i miei capricci mi scontravo con i limiti della mia condizione. Quando non riuscivo a ottenere quello che volevo e capivo che era impossibile raggiungere il mio scopo con le mie sole forze. In quei momenti mi rivolgevo a Dio perché non sapevo risolvere i miei problemi.
Ancora una volta, col senno di poi, riconosco il valore della “pedagogia” divina. Non avrei mai avuto bisogno di Lui se non mi fossi trovata senza via d’uscita. Cercavo la felicità umana e pensavo di poterla avere semplicemente aggiungendo Dio alla mia vita. Egli avrebbe fatto la mia volontà. In seguito ho capito che esisteva una Sua volontà per me e, quindi, la situazione era ben diversa, anche se io non avevo alcuna fretta di approfondire la questione. Non cercavo attivamente la volontà di Dio, ma ero pronta ad accettarla quando non riuscivo a realizzare la mia.
Quando mi sentivo sulla stessa “lunghezza d’onda” di Dio, capivo che potevo fare dell’apostolato. In realtà non si trattava di una scelta voluta, ma in qualche modo il mio amore per Cristo si faceva strada nel mio lavoro e nel rapporto con il prossimo. Quando accadeva, provavo una grande felicità, niente sembrava più importante. Ma si trattava di occasioni sporadiche.
Avevo letto molto sul tema dell’abbandono e dell’oblìo di sé. Ma si trattava soltanto di parole. Sarebbe stato molto più piacevole vivere nel pieno dominio di sé, senza bramosie, senza impazienza, senza quella sensazione di solitudine che tormenta l’uomo moderno. Mi ero convertita al cattolicesimo da più di quindici anni, ma sembravo regredire piuttosto che il contrario. Perché Dio mi voleva qui, in questa vita? Perché non riuscivo a raggiungere la pace spirituale? Perché commettevo sempre gli stessi stupidi errori?
Desideravo ardentemente di abbandonarmi. Col tempo vedevo i miei difetti con maggiore chiarezza e capivo l’insistenza di queste parole: o troviamo Dio in mezzo al mondo o non lo troviamo per nulla. Non esisteva alternativa. Quello era l’ostacolo da superare: credere che Dio sia presente qui e ora, non nel passato o nel futuro, né in un monastero o in una chiesa. È chiaro che Dio è anche in quei luoghi, ma io dovevo trovarlo qui, vicino a me, quando correvo per casa per prendermi cura della mia famiglia, quando ero al lavoro o in giro. Fino a quando non avessi capito che Dio era sempre con me e mi voleva bene lì dov’ero, non avrei fatto altro che fuggire dalla realtà.
La cosa più difficile era avere tanta fede da vivere di conseguenza. Il Regno di Cristo si sarebbe mai potuto diffondere intorno a me? Nella mia città? Nelle mie relazioni? Che senso aveva tutto ciò? Data l’impossibilità di sapere dove tutto ciò mi avrebbe condotto – e in ogni caso non avrebbe fatto alcuna differenza – ho finalmente capito che la vita interiore è essenziale per la fede. Da un punto di vista umano sembra una follia impossibile da realizzare e in quanto tale siamo portati a rifiutarla. Soltanto se siamo convinti che Dio sia l’autore e la guida della nostra vita, possiamo pensare di fare apostolato nei luoghi più improbabili senza arrenderci mai.
Senza Dio e senza una vocazione autentica, non si può perseverare così a lungo, né tanto meno sentirsi chiamati nella vita a questa missione…
Finalmente il cerchio si chiudeva: non vi poteva essere apostolato nel mondo senza una vita interiore di fede e preghiera. Nel mio caso la “logica divina” prevedeva una vocazione laica – quello era il mio campo di azione, lì dove la famiglia, il lavoro, le relazioni si incontravano – ma solo molto più tardi ho capito davvero quanto fosse importante essere vicina a Cristo. Ho compreso questo mio bisogno, scoprendo mio malgrado la mia croce e i miei difetti, imparando a conoscere me stessa. Ho percorso con fatica la strada in salita che portava alla conquista della vita interiore per poter essere utile in questo mondo in quanto cristiana, ma anche per poter essere felice, per compiere ciò per cui ero stata creata. Non è stato facile, ho conosciuto il fallimento e momenti di crisi più o meno gravi, ma avevo capito che quella era l’unica strada possibile, l’unico cammino di pienezza e di vita autentica”…

