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Un professore di greco una volta a lezione ha detto che, quando il sacerdote pronuncia la frase “in alto i nostri Cuori”, molti fedeli lo interpretano come “in alto i nostri sederi”, e si alzano in piedi. Lui poi si focalizzò sulle parole precedenti, spiegando come e perché, stando al testo, era un altro il momento in cui ci si deve alzare, ma la mia attenzione si era focalizzata su quel punto, e ora che sono passati (ahimè) 19 anni non smette di tornarmi in testa, a ogni Messa, che “in alto i nostri Cuori” non significa “in alto i nostri sederi”, e mi riprometto, con risultati altalenanti, che quel giorno, quella settimana, terrò il cuore in alto, cercherò di metterlo nelle cose che davvero contano, cercherò di innalzarmi smettendo di annaspare fra i cuori aridi per respirare l’aria buona della Grazia.

I giorni a Sant’Obizio mi aiutano molto in questa missione: intanto perché staccare dalla città, dal lavoro, dallo stress quotidiano permette già di per sé di apprezzare le cose belle della vita, inclusa la stessa routine. Ma soprattutto perché ci sono un sacco di momenti che ispirano l’innalzamento del cuore.

Porto il cuore in alto quando riesco ad arrivare fra i primi a colazione, e mi godo lo scorrere delle famiglie: ci sono quelle mattiniere, che si alzano presto ma hanno bisogno del caffè per carburare; quelle che arrivano a metà, organizzatissime, con gli zaini già fatti, i panini perfettamente impacchettati, le idee chiare sulla gita, per i quali il caffè è un semplice ingranaggio in uno schema che non ammette deroghe; e poi arrivano le ultime, che vorrebbero lamentarsi perché è finito il caffè, ma poi rinunciano perché quei dieci minuti in più fra le lenzuola non li scambierebbero mai.

Porto il cuore in alto quando vedo i gruppetti di papà o di mamme che si raccolgono in un angolo un po’ in disparte a chiacchierare. Fuggono dai consorti e dai figli, provano a prendersi uno spazio di amicizia per sé che non dura mai abbastanza, ma che è vitale. Se uno solo di noi riuscisse a completare gli infiniti discorsi e ragionamenti iniziati in quei momenti, sarebbe come minimo candidato al premio Nobel. Perché si sa, la pace dura sempre troppo poco, ma in quegli sguardi reciproci di sfinimento all’ennesima richiesta di qualcuno si cementa molto di più l’amicizia che in qualsiasi discorso concluso e sconclusionato.

Porto il cuore in alto alle grigliate e alle partite di calcetto: le mogli odiano entrambe, perché devono stare con i bambini, perché mangiano poco, perché sanno che, se il marito si fa male, poi è tutto più complicato, ma alla fine ce lo lasciano fare, consapevoli anche che per noi sono più rilassanti quelle ore di qualunque altra possibile concessione. Se un papà vince il torneo di calcetto, affronta l’anno con tutto un altro spirito.

Porto il cuore in alto alle gite, quando tutti aiutano tutti. E sì, lo so che non facciamo mai troppa strada, lo so che scegliamo mete semplici, e che conta più mangiare il panino che guardare il panorama, eppure è profondamente comunitario quel continuo tentativo di organizzarsi, quel chiedersi vicendevolmente, giorno dopo giorno, “voi dove andate?”; quanta gioia negli occhi di chi si ritrova con la medesima scelta e inizia a chiacchierare su come affrontare al meglio la giornata.

Porto il cuore in alto quando un bambino che fino all’anno scorso non si schiodava dal ventre della madre, ora corre a chiedermi di giocare con la palla, o mi chiede se posso dargli un po’ di gelato. E gli altri, già grandi, che cementano amicizie che ricorderanno per sempre e che rimarranno nei loro cuori, e immagino che vorranno riproporle a loro volta quando ci faranno nonni.

Porto il cuore in alto quando preghiamo tutti insieme: la Messa, il Rosario, l’esposizione del Santissimo, addirittura il battesimo di Gregorio. Il cuore va in alto, incontro a Maria e a San Giuseppe, che sanno cosa vuol dire essere genitori e amici, stare nel mondo come famiglia, e sono quindi certo che guardino a noi con tenerezza e amore, compassione ed emozione.

Perché questa nostra Missione non è solo vacanza. Siamo Missione per alzare i cuori di tutti e portarli nell’unico posto in cui possono essere felici. Rubo allora le parole già citate dal nostro Don Michele: “non ci bastiamo, resta sempre un vuoto che è solo di Dio”. Grazie Sant’Obizio, per aiutarmi ad avvicinare il mio cuore a Dio, così che sia evidente che voglio si Lui a colmarlo!